Un filo.

Un filo di lana, un filo di luce, una linea di colore che si svolge nello spazio, una invisibile scrittura che traccia un percorso nel tempo.

Il legame fra Maria Lai e Rosanna Rossi si può leggere nell’immediatezza di alcuni rimandi visivi, esito di atteggiamenti individuali che rispecchiano le loro reciproche sensibilità, il loro modo di essere, di misurarsi con il fare. Le coincidenze possono apparire esteriori e riguardare solo una parte del lavoro dell’una e dell’altra, che si collega senza dubbio alla comune radice culturale.

La ragione per accostarle non è legata solo al riconoscimento di una affinità fra due artiste che hanno condiviso la sorte di essere interpreti di un mondo che porta nella contemporaneità l’eco di civiltà attive sotto traccia, la memoria di un mondo fatto di archetipi, ma anche di soluzioni vive e inattese. Si fonda, invece, nella volontà di riconoscere un senso di continuità fra due presenze che affondano nella ricerca delle ragioni intime e profonde della forma le possibilità di trasmettere un modo di sentire e di essere che unisce lo stupore e la volontà, la memoria e il progetto.

Non si tratta poi di un confronto, ma di un dialogo fra due autrici i cui lavori possono essere quasi complementari.

Da una parte, nell’opera di Maria Lai, che nel corso degli ultimi decenni ha conosciuto un progressivo, anche se sempre tardivo, riconoscimento internazionale, il ricorso al lavoro del tessere con tutte le sue possibili derivazioni metaforiche (e metonimiche), che conducono la parola a divenire segno, il colore a ridursi a traccia, la memoria a costituirsi nel frammento.

Dall’altra, con i lavori fondati sulla infinita indagine attorno alla natura del colore e della sua presenza, in molteplici modi Rosanna Rossi ha svolto un dialogo ininterrotto, che passa da un lavoro al successivo, in una continuità logica, con una profondità di analisi in ogni momento del suo procedere, ma anche con la necessità di scarti laterali che vanno a rompere la regola come metodo di costrizione.

Persona di enorme sensibilità, che si traduce in una poesia immediata, Maria Lai si è trovata a operare nel presente attivando un rapporto di simpatia naturale con le pratiche di un artigianato che si traduce in perizia manuale, ma non limita le potenzialità dell’invenzione, del racconto, della favola, riconnettendosi alle tradizioni di un mondo rurale, difficile, ma non per questo poco trasmissibile all’oggi.

Diversamente, Rosanna Rossi nutre un lavoro che si fonda su una dimensione mentale e culturale apparentemente più distaccata, costruita, avanzata nella direzione di una visione compiutamente moderna. Non può tralasciare, cioè, la lezione di una modernità che si fonda sulla forma, più che sulla narrazione, ma trova nelle ragioni interne del fare le parole di un vocabolario che si struttura nell’incontro fra l’azione manuale e l’esito visivo.

Entrambe hanno come ulteriore elemento cardine del loro operato il tempo. Non potrebbe essere diversamente, per lavori che si fondano su una attenta e delicata operazione costruttiva. Il tempo non è solo quello del lavoro necessario alla esecuzione di opere che richiedono una lunga esecuzione, ma è anche quello che risulta come oggetto dell’opera ed effetto del percorso messo in atto. In questo senso le diverse scritture e trame visive prodotte dal lavoro di Maria Lai e di Rosanna Rossi sono segni che vanno dall’istante all’infinito, raccogliendo la densità di ogni momento che viene messo in gioco nel creare una linea, una traccia che va a dispiegarsi nell’universo visivo e poetico in cui le loro realizzazioni prendono forma.

Guardiamo i “libri” e le “geografie” di Maria Lai. Sono composizioni in cui l’imitazione di un cifrario visivo e comunicativo a tutti comprensibile è solo il pretesto per la realizzazione di una immagine che travalica l’oggetto, ne contiene le ragioni intrinseche e guarda oltre. La sua “geografia” ci parla dell’universalità di ogni presenza, identificata in un luogo, sia esso un punto nevralgico o un luogo remoto della terra; i suoi fili mettono in relazione ogni sito con altri punti del globo, della sua proiezione in una dimensione che non è solo quella della rappresentazione immediata della terra, ma l’immagine di una rete che precede le definizioni divenute oggi attuali di tale panorama del discorso. Così i suoi libri contengono quelle parole che non si leggono, ma sono vere e concrete come quelle di una cultura che si trasmette attraverso il suo fondamento nella memoria (della legge, del racconto, della favola).

Posiamo poi lo sguardo sulle “linee”, sulle “bande colorate” o anche sulle “forma sonata” di Rosanna Rossi. Una successione orizzontale di segni che non si arrestano alla superficie, ma che idealmente tendono all’ambiente e all’infinito. La loro successione in una sequenza che si fa più o meno regolare nei singoli casi, fondandosi su un equilibrio, come quello delle quantità di colore necessarie per condensare o diluire il passaggio di luce, genera un movimento che agisce sull’immobilità della superficie come forma unitaria. Anche qui, in modo diverso, le ragioni del processo si fanno tempo e si fanno memoria, perché solo nella disposizione temporale di cui sono traccia risiede la percezione di uno spazio in cui i singoli eventi si illuminano. Vi è stato poi un tempo in cui l’artista ha sostituito la pittura con altre modalità di raccolta delle sollecitazioni cromatiche e percettive, usando materiali poveri, legati in particolar modo al valore del lavoro quotidiano, della fatica, per creare situazioni e opere destinate a raccogliere in maniera fisicamente sensibile la matrice di una ineluttabile condizione del vivere come destino.

L’incontro che si propone in questa occasione, e che nasce, non lo si può negare, dalle profonde qualità con cui l’una e l’altra artista hanno saputo intercettare le visioni, i fantasmi, le presenze di una cultura e di un modo di essere che si traducono nei linguaggi della contemporaneità, assume un dato di universalità proprio nel far emergere il legame fra l’individuo e il cosmo, fra le profondità del luogo e l’ubiquità della luce, misurando, con le loro azioni, l’emergere di ciò che è autentico dalla immediatezza della quotidianità.

In questo il loro messaggio e il loro contributo scavalca le troppe parole dell’attualità, le troppe immagini di una comunicazione impossibile, per andare a scoprire i silenzi, i vuoti, le assenze, che costituiscono le ragioni più vere con cui l’artista, “mulier fabra”, raccoglie tracce del tempo e le trasforma in trame possibili.

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