Rosanna Rossi è un’artista che ha praticato vari sentieri dell’arte. Dopo un iniziale figurativismo, si è dedicata ad un’arte aniconica, tanto nella sua versione informale quanto in quella astratto-geometrica; al contempo si serve di moltissimi materiali, oltre a quelli propri della pittura, come l’olio, l’acrilico, i pastelli eccetera.
La grande volontà di sperimentazione spinge Rossi a cimentarsi con varie modalità e stili dell’arte contemporanea oltre alla pittura, quindi realizza opere materiche, assemblaggi, installazioni, arte pubblica; ora sente l’importanza del poverismo, ora dell’arte optical, ora nel neodadaismo.

Ebbene, sbaglierebbe chi considerasse questo transitare nei luoghi più pregnanti dell’arte contemporanea come eclettismo: il percorso di Rossi non è, per così dire, “evolutivo”, diacronico, non ha “sviluppo” ma semplicemente “differenziazioni” (stilistiche e cronologiche).
Si potrebbe parlare di “contaminazione e intrecci di linguaggi sperimentali”i o di una feconda “cleptomania” ma questa è tale quando è esercitata con leggerezza o patologicamente, mentre Rossi ogni volta si cala nella ricerca e nei “prelievi” con profondità, tenacia, forza, rendendo affatto soggettivo e facendo completamente “suo” quanto ispirato da altri.
Del resto l’artista ha sempre padre e madre e quindi antenati anche antichi, cosicché l’arte può essere letta come una lunga “catena”ii.
Le sue opere vanno lette, allora, sincronicamente come se fossero realizzate in contemporanea, cioè non nel tempo degli uomini che è come una freccia che incessantemente corre senza poter tornare mai indietro, ma nel tempo che Agostino d’Ippona diceva essere di Dio, cioè l’eterno presente, per cui l’Ente supremo non può intervenire sulle cose umane proprio perché, per Lui, si svolgono tutte allo stesso tempo, senza un prima e senza un poi.

Alle spalle della Direttrice dei Musei Civici di Cagliari, Paola Mura, di una delle due figlie di Rossi, Federica Orrù, e del gallerista Alessandro Cacciola, un bel capolavoro del 1972 della serie le “Bande colorate”

Dopo questa breve introduzione all’opera di Rossi, ora ci soffermiamo su uno dei “generi” della sua arte tra i più significativi e, almeno per noi, emozionanti. Ci riferiamo ad una serie di opere (Bande colorate) dei primi anni Settanta e poi ad altre degli anni 2011-2014.
Le “bande colorate” appaiono come delle sciabolate di colore, orizzontali o verticali, con le linee rette ma accompagnate da leggere incurvature o da una banda appena sinuosa, cosa che, oltre ad impedire la durezza dell’ortogonalità, dà un senso di movimento alla composizione; i colori sono, anche se non rigidamente, i primari e i complementari.
Gillo Dorfles parlò, per i lavori di Rossi, di contatto tra questi e la musica, discorso assai opportuno soprattutto per certe opere, ed anche per queste che stiamo esaminando, potendosi leggere come un profondo e lungo andante.
Inoltre forte è la vibrazione cromatica e, quindi, luminosa di queste bande. Ma c’è di più: le velature di colori lievemente sovrapposti ci portano lontano nel tempo, fino alla pittura rinascimentale, fatto, questo, che non solo dimostra la grande capacità tecnico-esecutiva della Nostra ma anche il suo stretto legame con la storia dell’arte.

In altre occasioni l’artista ha composto sulla tela infiniti tratti, piccole linee, e qui vediamo come, con questa modalità segnica, si possa riallacciare a quella che ho chiamato, in un’altra occasione, “via italiana dell’astrazione” che dai Divisionisti, attraverso Giacomo Balla, arriva fino a Piero Dorazio, Dadamaino ed altri. Troviamo queste caratteristiche nelle opere chiamate KA-Doppio (2011-2014) nelle quali, oltre al richiamo alla “forza vitale” secondo gli antichi Egizi (KA), il dittico formato da un foglio monocromo e da un altro con i segni segmentati sta a significare l’origine e la nascita, cioè la composizione segnica deriva da quella superficie piena del solo colore.

Negli anni successivi Rossi è presa da altre modalità espressive, tuttavia non dimentichiamo i cromatismi di Rabat (1998-200) o i “segni” in Archetipi (2003).

Poi, e siamo subito dopo il primo decennio del nuovo secolo, l’artista, come è stato detto, sembra passare dalla “serialità del segno alla serialità delle forme”iii.
Così nelle Porte d’Oriente (2011-2014) c’è molto di più che suggestioni derivate dalle visioni esotiche percepite e immagazzinate nel suo patrimonio visivo durante i suoi viaggi in terre d’Oriente, infatti questa sorta di “ritorno” alla geometria, è connotata da una intensa valenza cromatica, tanto che potremmo dire che è il colore a definire le forme e non il contrario.
Qui la composizione si struttura con forme rettangolari, verticali ed orizzontali, divise da linee e, più spesso, da ampie bande, ora non più “autonome” e protagoniste della superficie come quelle degli anni Settanta, bensì finalizzate a stabilire le geometrie degli spazi che appaiono quasi costruiti secondo le regole della sezione aurea.
Il colore di questi lavori non è mai “fermo”, “statico”, al contrario vibra e porta l’osservatore in luoghi mentali, carichi di memorie o di attese.

L’intervista a Rosanna Rossi sarà disponibile presto sul nostro canale YouTube e sul nostro sito

Così Rosanna Rossi, artista “solitaria”, ma non “isolata” – sebbene, se mi si passa il gioco di parole, “isolana” – si pone tra quegli artisti che in un qualche modo hanno affrontato i problemi, e alcune soluzioni, posti dalla pittura “analitica”, italiana, europea e americana.
Orbene, come capita a tanti artisti della Sardegna, un po’ troppo chiusi nel loro “splendido isolamento” (penso, ad esempio, a Pinuccio Sciola), che hanno subito in modo eccessivo la distanza e la “sardità”, anche il lavoro straordinario di Rossi ha patito questa situazione, anche se, come detto, non possiamo definirlo isolato dato che personalità quali Gillo Dorfles, Lea Vergine e Marisa Volpi si sono occupati con grandissima attenzione e stima del suo lavoro.
Ora spetta a chi sa apprezzarlo, e “amarlo”, divulgarlo e sostenerlo in tutta Italia e oltre: questa mostra e questo scritto vogliono essere un contributo in tal senso.

i Maria Luisa Frongia, Rosanna Rossi, in Rosanna Rossi. Percorsininterrotti, catalogo della mostra a cura di Maria Luisa Frongia, Marzia Marino, Anna Maria Montaldo, Cagliari, Galleria Comunale d’Arte, 31 maggio 2016 – 8 gennaio 2017, testi di Maria Luisa Frongia, Rita Pamela Ladogana, Marzia Marino, Illisso Edizioni, Nuoro 2016, p. 15.

ii  Riprendo qui, in altro contesto, il concetto che Arthur O. Lovejoy applicò alla filosofia ne La grande catena dell’Essere, tr. it. Feltrinelli editore, Milano 1966.

iii C. Deplano, Intervista a Rosanna Rossi, “Sardegna Soprattutto”, 16 gennaio 2014, cit. nel bel saggio di M. L. Frongia, cit., p. 43.

One thought on “Testo critico di Giorgio Bonomi per la personale di Rosanna Rossi

  1. Buongiorno, non conosco le opere di Rosanna Rossi, cercherò di fare un visita da Voi in galleria in modo piacevole di ampliare le mie conoscenze da Voi proposte. Grazie a presto. Michelangelo

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